Destinazione Italia: il treno dell’ascolto

Destinazione Italia: il treno dell’ascolto
Destinazione Italia: il treno dell'ascolto - Il libro

Se – come scrive Shakespeare – il mondo è un palcoscenico in cui ognuno interpreta una parte, la mia è quella di tesoriere del Partito Democratico e presidente della Fondazione EYU.

Ecco, ci risiamo – vi direte – la solita lettera da dirigente di partito, studiata a tavolino, un po’ elettoralistica, un po’ motivazionale, di maniera e piena di slogan.

Forse è proprio così, o forse no. In ogni caso, il mio intento è quello di parlarvi fuori dalle parti, senza etichette, nel modo più obiettivo, e allo stesso tempo personale, possibile.

In questi anni ho ricoperto, con orgoglio e con rispetto delle istituzioni, la carica di deputato della Repubblica e ho partecipato a pieno titolo al percorso che ha portato un nuovo gruppo dirigente alla guida del nostro Paese. Tuttavia, il complesso ruolo di gestione del partito e il non aver preso parte, in prima persona, alla compagine governativa non mi hanno consentito di apprezzare in ogni suo aspetto la quotidianità della massiccia e articolata azione che i governi Pd hanno svolto in questi ultimi 4 anni.

Non vi nego che molti dettagli dell’azione di governo li ho potuti riscoprire durante il viaggio sul treno organizzato dal PD: “Destinazione Italia”. Uno splendido percorso attraverso le 110 province italiane, una sorta di rivelazione sia in questo senso sia per l’umanità e l’accoglienza che gli italiani ci hanno regalato. È la riprova che è vero quello che diceva Steinbeck, ovvero che spesso sono i viaggi che fanno le persone, e non il contrario.

È stato costruttivo toccare con mano, ad ogni latitudine del nostro Paese, gli effetti concreti delle riforme fatte e vedere la realizzazione, seppur parziale, della nostra idea d’Italia.

Lungi dal voler esprimere un messaggio “creazionista” per cui tutto è nato con i governi PD, posso affermare con orgoglio e convinzione che i nostri governi hanno lavorato affinché l’Italia uscisse dalla spirale della crisi e hanno innegabilmente agevolato la ripresa – con una crescita del Pil che è passato dal -2 al + 1,5.

Ma quando incontri i protagonisti di questo scatto in avanti, gli imprenditori che sono più competitivi con il piano industria 4.0, l’abbassamento dell’IRES e il taglio dell’IRAP sul costo del lavoro, gli agricoltori che hanno beneficiato dell’abolizione di IMU, IRAP e IRPEF agricole e, accanto a loro, i tanti lavoratori assunti grazie al Jobs Act ti accorgi, al di là delle statistiche e dei numeri, che quelle riforme hanno dei nomi e dei cognomi, sono il sudore, la fatica, il sorriso di queste persone.

È stato emozionante, anzi impagabile dal punto di vista umano e sentimentale, fare visita ai luoghi del terzo settore, e sentire la cura e la passione dei volontari. Vedere l’entusiasmo e la felicità negli occhi di chi ha avuto una vita più difficile e complessa della nostra. E in questo ambito la prospettiva non può essere altra che far seguire alla legge sul terzo settore e sul dopo di noi un piano di accessibilità universale per migliorare la qualità della vita di queste persone adesso.

Nelle nostre città c’è però anche il risentimento di chi è rimasto indietro, la disperazione di chi si sente tagliato fuori. Il disagio di giovani che non trovano lavoro o di cinquantenni che lo perdono troppo presto e, nella migliore delle ipotesi, si trovano entrambi costretti ad accettare stage e lavori sottopagati pur di racimolare qualcosa. Ed è per loro che non si può che prevedere il raddoppio dei fondi del REI, il reddito d’inclusione, la tutela del salario minimo orario ed incentivare in modo gratuito la mobilità dei nostri giovani in cerca di lavoro e la stabilizzazione dei precari.

Girando per le strade, parlando con le persone, ti rendi conto che il Paese è fatto da gente per bene che vive in modo onesto e decoroso, da chi si sveglia la mattina presto, da chi sente di avere qualcosa in più da dire e da dare, da chi fatica a garantire ai figli l’istruzione universitaria che vorrebbe offrire loro, da chi non ha la stabilità lavorativa ed economica per fare un figlio (in più) perché immerso nella precarietà dell’esistenza. Ed è per loro che il PD, dopo aver aumentato i posti di lavoro, prevede la riduzione del cuneo contributivo per favorire la stabilizzazione del lavoro a tempo indeterminato, ed è per loro che il Pd vuole estendere gli 80 euro mensili alle famiglie con figli.

La rivendicazione delle cose fatte ieri ha senso se serve a dimostrare di essere credibili per fare ciò che si promette di realizzare domani. È per questo che il PD ha deciso di legare nel suo programma le cose da fare con le cose già realizzate. Siamo gli unici a poterlo fare.

Ora è il momento di guardare avanti perché, se è vero che i voti non si ottengono sulla base della riconoscenza ma sulla base del programma che si ha per il futuro, sono sicuro che gli elettori, giudici e veri protagonisti del processo democratico, il 4 marzo avranno la maturità per valutare e scegliere in base ai risultati, alle proposte e alla credibilità, e non sulla base di stravaganti alchimie umorali, predicate da leader improvvisati, capaci solo di imparare a memoria copioni vuoti scritti da altri, o di chi ha dato evidente dimostrazione di non essere in grado di servire il nostro Paese.

Il PD è l’unica forza riformista in campo che ha soluzioni concrete da offrire agli italiani, il tono giusto per esprimerle e un’idea del paese che sappia andare al di là dell’immediato.

Una forza tranquilla – il PD – non immune da errori, a cui però nessuno può negare di essersi applicata con diligenza e di essersi spesa con slancio e convinzione per il bene dei cittadini, un partito a cui nessuno può negare di aver rappresentato con dignità e onore l’immagine dell’Italia in Europa e nel Mondo.

Una forza tranquilla, con una visione precisa e di lungo respiro per il futuro, contro chi ha già dimostrato di essere inadatto a guidare l’Italia e incapace di gestire la cosa pubblica.

 

 Francesco Bonifazi

La forza tranquilla - di Francesco Bonifazi

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