Safe and suitable work

Safe and suitable work

Roberto Leombruni – Università di Torino

I mutamenti cui stiamo assistendo nei modi di organizzazione produttiva e la sempre maggiore flessibilità del mercato del lavoro stanno portando nuove sfide rispetto ai rischi di infortunio sul lavoro e alle possibilità di un rientro di successo nell’occupazione quando le conseguenze di un infortunio si protraggono nel tempo.

A oggi la politica ha risposto in modo solo parziale a queste sfide, innovando costantemente ma mantenendo sostanzialmente inalterato l’impianto di una normativa nata per la protezione del lavoro subordinato, e focalizzata soprattutto su aspetti preventivi e di risarcimento.

Questo approccio mostra dei limiti innanzitutto nella sua capacità di intercettare nuove platee di lavoratori. L’accento ancora presente nella normativa sul contratto di lavoro come causale che genera la protezione pone una questione di mancate coperture per i cosidetti “non-employee workers”, la cui rilevanza anche in Italia è sempre maggiore: sono ormai normali infatti organizzazioni della produzione in cui il prestatore d’opera ha un legame commerciale, e non di subordinazione, con il committente. Vi sono inoltre crescenti evidenze che gli stessi processi di esternalizzazione portino a meno chiare responsabilità in tema di sicurezza, e a forme di pressione competitiva che possono portare a un deterioramento delle condizioni di sicurezza in cui operano i lavoratori.

Rispetto alle sfide poste dalla flessibilità, la criticalità principale è che sta venendo meno uno dei fattori forse meno appariscenti ma che da sempre ha svolto un ruolo fondamentale nel proteggere il lavoratore dai rischi di infortunio, vale a dire l’esperienza sul luogo di lavoro. Attualmente in Italia due lavoratori su cinque tra gli under 25, e uno su cinque tra i 25-34enni, si trovano ad affrontare rischi di infortunio di oltre il 60% più alti per il solo fatto che non hanno ancora potuto accumulare sufficiente esperienza sul loro posto di lavoro.

Il mercato del lavoro però non deve essere solo safe, sicuro rispetto ai rischi per la salute, ma anche suitable, accomodante per le persone portatrici di problemi di salute. È sul fronte della reintegrazione sul mercato del lavoro delle persone con problemi di salute che si stanno giocando le maggiori sfide, e sul quale l’Italia mostra un ritardo preoccupante. Quello che manca, a fianco delle misure passive di sostegno e risarcimento, sono misure attive che facilitino il rientro al lavoro dopo un infortunio, e più nel lungo periodo l’occupabilità delle persone che abbiano riportato una menomazione permanente. Quello che ci insegnano gli studi e le migliori pratiche internazionali è che gli aspetti medici di riabilitazione funzionale sono solo una parte della storia, e nemmeno la più importante. Serve un cambio culturale, non solo nella normativa ma anche nelle attitudini dei portatori di interessi, volto alla valorizzazione delle competenze anziché centrato sulle inabilità, e nel quale un passaggio chiave è il coinvolgimento delle imprese, per sfruttare le grandi potenzialità associate alle pratiche di reinserimento occupazionale, centrate su adattamento di orari, equipaggiamento e modalità di lavoro, e su un ruolo attivo del pubblico nel supportare – prima ancora che nel sussidiare – il percorso svolto da lavoratori e imprese.

I passaggi chiave di un rinnovamento della normativa per adattarsi a questi mutamenti nel contesto sono riassumibili in quattro punti:

  • L’accento posto sul lavoratore, più che sul contratto di lavoro. Ogni attività lavorativa deve essere sensibile e tutelata rispetto ai temi della sicurezza, sia che questa derivi da un rapporto di lavoro subordinato all’interno di una impresa, sia che si realizzi invece con una delle molteplici forme di lavoro autonomo e semi-autonomo.
  • L’attenzione alle reti e le filiere di imprese. Esternalizzazione e siti produttivi multi impresa sono una realtà ineliminabile dei moderni sistemi di produzione, ma frammentazione delle responsabilità e pressione competitiva non devono andare a incidere sui rischi per la salute dei lavoratori.
  • La precarietà è un fattore di rischio, del quale istituzioni e imprese devono prendere consapevolezza. Il corretto timing della formazione e dell’inserimento lavorativo, e un ruolo più attivo dell’istruzione sono fondamentali per limitare i costi che la flessibilità del mercato pone sulla salute per i lavoratori.

Il rientro al lavoro non è una questione (solo) medica. È fondamentale un più attivo coinvolgimento delle imprese, e un ruolo del pubblico che non sia limitato al semplice sussidio o al porre quote obbligatorie di assunzioni, ma si apra al supporto dell’occupazione con servizi attivi per l’integrazione, volti alla valorizzazione delle competenze e alla facilitazione del loro incontro con la domanda di lavoro.

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